Manaus porta dell' Inferno
[Il Manifesto, 18 luglio 2008]
«Porto di legno non sarai mai Liverpool», dice una canzone divenuta simbolo della «perla del Rio Negro». Manaus, capitale dello stato di Amazonas, crocevia da sempre delle mille culture amazzoniche, punto di smistamento di buona parte dei traffici illeciti che agitano i tropici, città prima europea che brasiliana.
Cuore della foresta e parco industriale.
Forse potrebbe bastare questo accostamento - decisamente paradossale - per raccontare una delle città più intense dell'America Latina, incredibilmente ricca di cultura ma deturpata e incapace di riscattare la propria storia, le mille lingue del «Rio Babel», il fiume Babele, come il gesuita Antônio Viera chiamava il Rio delle Amazzoni nel 1600.
Manaus è una città ricca, la terza potenza economica del Brasile, collocata appena dopo la tigre São Paulo e l'icona Rio de Janeiro. Soldi, tanti soldi passano da queste parti. Soldi che la foresta - che circonda completamente la città - è in grado di produrre. Estrazione del legno, legale ed illegale, narcotraffico, miniere di oro, di coltran, di diamanti. Ma, soprattutto, opere pubbliche, immense opere che il governo brasiliano e quello locale finanziano per dominare la foresta, per marcare sempre di più la presenza della città. La zona franca e il distretto industriale - circa 80.000 addetti diretti - sono l'eredità più evidente dell'epoca dei militari, quando al grido di «integrare, per non consegnare» si aprirono le strade nella foresta, si spinsero migliaia di persone a migrare, si armarono i nuovi conquistadores venuti dal nordest, dalla siccità, dalla miseria della riforma agraria mancata. Oggi, dopo quarantanni, Manaus continua a dare i soldi pubblici alle multinazionali che si installano qui, come la Honda, che produce in piena foresta l'intero parco di motociclette destinate all'America Latina, e forse anche oltre.
Coarì, ricca e pezzente
La notte a Manaus sembra riaprire le porte del Brasile che Lula non vuole vedere e che soprattutto non vuole che si veda. Mentre migliaia di persone vagano alla ricerca spasmodica del divertimento fatto di pagode, boi bumbá e tanta birra, la democrazia brasiliana chiude gli occhi, volge lo sguardo oltre il Rio Negro, verso la foresta, verso la Croce del Sud.
E' piena notte, e due uomini coperti da caschi integrali, a bordo di quelle stesse motociclette fabbricate nel distretto industriale, si avvicinano al centro della città. A 300 metri dallo Shopping Center Amazonas - il più grande e il più antico - la redazione del «Diario do Amazonas» ha chiuso l'edizione del sabato da poche ore. Nella portineria è rimasto solo un vigilante, disarmato, assonnato. La moto si avvicina, i due uomini mascherati sparano contro le vetrate del primo piano, verso l'open space dove lavorano normalmente 40 giornalisti. Undici proiettili, nessun ferito, solo un atto intimidatorio.
Manaus ha visto un po' di tutto nella sua breve ma intensissima storia. Ha visto prostitute fatte venire con l'inganno dalla Polonia nell'epoca del boom del caucciù; padroni delle terre da dove usciva la preziosissima gomma elastica accendersi i sigari con le sterline; ha visto, negli anni '70, vivere e impazzire uno dei più grandi pittori dell'America Latina, Hanneman Bacellar, morto a ventitre anni, troppo presto per superare il confine della foresta. Ha visto un governatore, Amazonino Mendes, regalare motoseghe al grido di «tagliamo tutti gli alberi, perché la foresta è nostra». Ha visto poliziotti assassini farla franca e tanta povera gente morire di malaria o di disidratazione.
Manaus non aveva mai visto, fino al mese scorso, un attentato ad un giornale. Probabilmente lo stesso Brasile ricorda pochissimi episodi del genere. La preoccupazione nella città è forte, i senatori Arthur Virgilio e João Pedro hanno chiesto al ministro della giustizia Tarso Genro di far intervenire la polizia federale.
Le elezioni municipali sono alle porte. A ottobre si rinnoveranno i consigli comunali e le amministrazioni di tutte le città del Brasile. E Manaus è la terza in classifica, come prodotto interno lordo. Ma in Amazzonia ci sono città minuscole che possono competere con i budget milionari delle opere pubbliche nella capitale dello stato di Amazonas. Come?
Coarì si trova a qualche giorno di battello, risalendo il fiume, dalla capitale. Poche decine di migliaia di abitanti, una città povera, abbandonata a se stessa. Coari è però conosciuta per aver trovato un tesoro: petrolio e gas. Le royalties pagate dalla Petrobras, il gigante petrolifero brasiliano, sempre più forte e presente nel mondo, basterebbero per fare della cittadina amazzonica un posto decente. La Polizia Federale venti giorni fa aveva scoperto il mistero di Coarì, ricca ma pezzente: tanti soldi finivano nelle tasche, anzi, nei sacchi del sindaco della piccola città. Decine di milioni di euro trovati ammassati nella casa di uomini di fiduca di Adail Pinheiro, il sindaco milionario. Sul fiume Adail girava con uno yacht con benquattro tv al plasma, aria condizionata, antenne paraboliche, suite cafone circondate di specchi. Un'icona, si potrebbe dire, che bene rappresenta la faccia dei tanti nuovi ricchi di origini ignote, che girano da queste parti.
Inchieste che scottano
Il giornale di Manaus, Diario do Amazonas, sta da tempo pubblicando una lunga serie di inchieste su Coarì. Non è solo una questione di soldi o di malaffare: quel gruppo di Coarì era lo stesso che i soldi li usava per comprare bambine da abusare. Le trovavano a Manaus, nelle periferie disperate, figlie spesso abbandonate da qualche migrante capitato qui perché tutti i giorni sentono in tv che il nuovo Eldorado ha riaperto le porte. Bambine di pochi anni, comprate per una miseria, che servivano alla gang del sindaco di Coarì per lugubri feste, nell'interno dell'Amazzonia, sul Rio Solimões, che scende dalla Colombia e dal Perù fino a Manaus, dove forma il Rio delle Amazzoni.
E´ stato il quotidiano di Manaus colpito dall'attentato a rivelare, qualche giorno prima, l'esistenza della prostituzione infantile nel caso di Coarì. Il giornale diretto da Sérgio Bártholo, coraggioso giornalista della città, conosciuto per non aver mai fatto sconti alla politica locale, aveva pubblicato in esclusiva una parte delle intercettazioni telefoniche della gang di Coarì.
Manaus ha oggi quasi due milioni di abitanti. Centinaia di migliaia di migranti, che invadono le terre della periferia appena disboscate, montano in una notte una baracca e aspettano che qualche politico locale li possa aiutare. Vengono da altri stati, dal Pará, dal Maranhão. Ma vengono anche dalle città dell'interno, dalle tante Coarì, senza scuole decenti, senza sistemi di salute sicuri. I soldi delle tangenti scovati in sacchi di juta dalla Polizia federale sarebbero serviti proprio a questo, a rendere accettabile la vita nell'interno, ad evitare che le migrazioni continuassero a gonfiare la capitale dello stato di Amazonas. L'aereo del municipio di Coarì - destinato a portare i medici e i farmaci - era usato per trasportare prostituite, molte delle quali minorenni.
Oggi Manaus, per il turista che qui sbarca, appare quasi una città moderna. Il progetto Belle Epoque sta cercando di riportare allo splendore del fin de siècle il centro storico. Nell'interno dello stato la decadenza e la precarietà dominano. Nella Vale do Javari, zona dell'alto Rio Solimões, un'epidemia di malaria e epatite sta uccidendo decine di persone. L'ultimo bollettino delle organizzazioni indigene parla di 12 morti, dovuti alla assenza di sistemi di assistenza sanitaria.
E' dunque sufficiente prendere un qualsiasi battello che parte dal porto di Manaus per conoscere il volto vero della gestione dello sviluppo in Amazzonia. Contano i grandi progetti, come il ponte sul Rio Negro che il governatore Edoardo Braga vuole a tutti costi costruire. Contano gli oleodotti e i gasdotti, che dovranno portare tanta energia a Manaus, per far crescere ancora di più il distretto industriale. Contano le strade che tagliano le foreste, per far arrivare migranti che abbatteranno gli alberi, alla ricerca di una terra che è impossibile da coltivare e che servirà solo per l'espansione dell'agrobusiness.
Parlare di questo a Manaus può costare 11 pallottole di pistola calibro 308, sparate sulla finestra della redazione. Può costare l'isolamento, visto che il giorno dopo l'attentato al Diario do Amazonas, nessuna autorità si è fatta viva. Il governatore Eduardo Braga si è tenuto alla larga e nessun assessore è andato a visitare la redazione, decisamente preoccupata. A pochi mesi dalle elezioni quello che più interessa ora è stringere accordi che peseranno dopo, quando magari ci sarà da decidere su una nuova strada o su un nuovo giacimento di gas. C'è la ricchezza della più grande foresta pluviale del mondo e una città che se ne arricchisce da sempre, mangiando e facendo mangiare pezzi di foresta, che si allontana sempre di più.
Il piccolo porto di legno, la Manaus delle mille lingue, non è diventata Liverpool. Gli inglesi se ne andarono per sempre dopo il crollo economico del 1913. Non è diventata neanche la Manaus che i tanti intellettuali di questa città hanno sognato e ricordano con nostalgia. Manaus semplicemente rischia di non essere più Manaus.
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