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Raposa Serra do Sol, questa terra è la loro terra

Raposa Serra do Sol - Foto: Andrea Palladino

Raposa Serra do Sol
Foto: Andrea Palladino

[Latinoamerica, 06 ottobre 2008]

Brasilia è una città quasi astratta e nel luogo più sincretico e multiculturale del mondo diventa estraniante. Capitale del Brasile dagli anni 60, rappresenta la voglia della classe dirigente nazionalista di inventarsi il futuro, di disegnarlo su una carta tirando una riga e buttando via radici e passato.

Oltre al governo federale e al potere legislativo, Brasila ospita il Supremo tribunale federale, dove undici giudici decidono sulla costituzionalità delle norme. La carta fondamentale che dal 1988 riconosce diritti culturali, economici e sociali per tutti i brasiliani rischia di ingiallirsi senza la garanzia della terra, la madre di tutti i conflitti nel paese di Macunaima.
A migliaia di chilometri da Brasilia sul confine con il Venezuela e la Guiana, a Raposa Serra do Sol, terra indigena che occupa il 7% dello stato di Roraima, venti mila indigeni da marzo aspettano una decisione del Supremo tribunale federale di Brasilia. Gli undici giudici dovranno decidere, entro la fine del 2008, se l’area, che nel 2005 il presidente Lula aveva riconosciuto ad uso esclusivo degli indigeni, non viola i diritti di sei latifondisti bianchi, che ne occupano abusivamente una parte.
Da marzo, quando il Ministero della giustizia decise di far uscire i latifondisti dalle terre indigene, una pioggia di ricorsi ha rimesso in discussione venti anni di diritti dati ormai per acquisiti. Una decisione storica per il Brasile, quella del supremo tribunale federale, perché l’eventuale revisione riguarderà anche tutte le altre aree indigene in via di omologazione. Per ora a fine agosto, durante la prima udienza, il relatore ha votato a favore dei diritti ancestrali, del mantenimento del principio costituzionale che riconosce alle popolazioni native il diritto all’uso esclusivo delle terre abitate e usate per la pesca, per la caccia, per il culto dei luoghi degli antenati.
In gioco, però, c’è anche il Brasile profondo che solo a tratti si rivela nei grandi media nazionali. La vera partita l’ha raccontata la giovane Joenia, wapichana, il primo avvocato indigeno ammesso nel Supremo tribunale federale. A Brasilia si discute il riconoscimento del diritto alla diversità culturale e la storia di cinquecento anni di colonizzazione. Se saranno i latifondisti a vincere – spiega Joenia -, se la corte suprema dividerà la loro terra in tante piccole isole, aprendo il cammino alla nuova colonizzazione del biodiesel e dei cercatori d’oro e di diamanti, l’intera Amazzonia perderà i più preziosi custodi. Le centinaia di lingue e di culture che popolano ancora oggi i fiumi che sfociano nel Rio delle Amazzoni saranno un minuto dopo in pericolo.
Ma Raposa Serra do Sol rappresenta anche altro. E’ un patrimonio dell’intero Brasile e dell’intero continente latinoamericano. “Prima che i portoghesi scoprissero il Brasile, il Brasile aveva scoperto la felicità”, scriveva Oswald de Andrade nel Manifesto antropofagico. Ed è una felicità concreta. La cerca un giovane biologo non indigeno, Victor, che da Sao Paulo è andato a vivere e lavorare nella scuola per leader indigeni di Surumu, il luogo più simbolico di Raposa Serra do Sol. Insegna quello che ha imparato nelle università ed impara quello che gli indigeni stanno difendendo: “I principi qui sono tre, terra, identità ed autonomia. Questo significa non voler dipendere dai pacchi di alimenti regalati dallo stato, dall’assistenzialismo della politica, ed è questo in realtà quello che più temono i nemici di Raposa Serra do Sol”. Una terra che significa autonomia e che dimostra come la riforma agraria che il Brasile attende possa realmente cambiare il paese. “Noi però non vogliamo proseguire la monocultura dei latifondisti – raccontano i compagni indigeni di Victor – abbiamo visto con i nostri occhi sparire interi fiumi, morire migliaia di uccelli dove erano coltivati il riso e la soia”. La terra, a Raposa Serra do Sol, è considerata ancora un dono dell’eroe ancestrale Macunaima, che veglia sul suo popolo dall’alto del monte Roraima, sul confine con il Venezuela.
Nella scuola di Surumu i giovani indigeni imparano l’arte del comando, che significa guadagnarsi il rispetto della propria comunità. “Per noi capi indigeni, per noi tuxaua, il comando vuol dire condividere le decisioni – dice uno dei professori indigeni -, perché alla base di tutto c’è sempre partecipazione e impegno diretto. Essere indigeno significa far parte attiva della comunità”.
Surumu nel 2005, pochi giorni prima della registrazione definitiva della terra Raposa Serra do Sol, fu rasa al suolo da un gruppo di pistoleiros armati dal leader indiscusso dei latifondisti, Paulo César Quartiero. I bianchi venuti negli anni ’60 e ’70 alla conquista di terra “sem gente” - senza nessuno, come dicevano i militari – non possono tollerare che sia messo in discussione il loro modello predatorio, basato sulla monocultura, sull’esportazione, possibilmente esentasse.
Al momento decisivo, quando all’inizio dell’anno la Polizia federale aveva iniziato a mandar via quel manipolo di bianchi latifondisti che ancora occupano una parte della terra indigena, Quartiero chiamò i pistoleiros, sabotò i ponti, si appellò a Chavez. Ma soprattutto si rivolse al governatore del Roraima e a qualche deputato e senatore, che subito riempirono di ricorsi il Supremo tribunale federale.
Il percorso per la sentenza finale è ancora lungo. Joenia e gli altri leader indigeni che attendono a Brasilia la decisione sulla loro terra lo sanno. Sanno che il voto favorevole dato dal relatore Britto – il primo ad esprimersi – ha un peso, ma ne mancano altri dieci prima di poter tornare a Raposa Serra do Sol, sotto le montagne di Macunaima. La strada per riscoprire la felicità in Brasile è piena d’insidie.

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